Salta al contenuto
Labic
  • Persone
  • Temi
    • Urbanization
    • Heritage
    • Transition Studies
    • Housing
    • Urban Planning and Planning Theory
    • Rome
    • Health and the city
  • Attività
    • Ricerche
    • Tesi
    • Nel territorio
    • Didattica
  • Antenne
    • Dal mondo
    • Da RomaTre
    • Blog
  • Master
Blog

Città letterarie

  • 23 Giugno 202323 Giugno 2023
  • Martina Pietropaoli

Si sa che da sempre nei libri restano impigliate le città e che le città sono testi di carne e di pietra. Non molti invece sanno che Giovanni Caudo, per la pensione e la sua vita matura, sogna di aprire una libreria che raccolga tutti i testi che parlano di città. Ma come facciamo a selezionare i libri giusti? Nel 2023 Edoardo Camurri e Giovanni Caudo hanno deciso di parlare di città e letteratura dandosi appuntamento nell’aula Pirani del Dipartimento di Architettura per tre pomeriggi di primavera:

5 aprile 2023, primo appuntamento di Città Letterarie nell’Aula Pirani del Dipartimento di Architettura, Università degli Studi Roma Tre
Gadda, Joyce e Celati. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957), Ulisse (1922), Verso la foce (1989): per accogliere i tre libri all’ex-Mattatoio di Roma i tavoli da disegno dell’Università degli Studi Roma Tre si sono disposti temporaneamente in un unico grande banco di prova per questo esperimento al quale alcuni fortunati hanno assistito. Come me.
I tre autori sono stati scelti da Camurri per la loro impresa più profonda, a volte invisibile a un lettore accanito che cerca di ritrovarsi tra le pagine e invece – questo è il punto – viene invitato a perdersi. Il piacere filologico e interpretativo di Camurri è stato ricamato dalla sapienza situata di Caudo: indizi linguistici e indizi fenomenologici. Questa meraviglia è stata possibile sotto il nome di “Città letterarie” soprattutto grazie a Sara Braschi e Sofia Sebastianelli, che in rappresentanza del gruppo di ricerca Labic, di cui Caudo è fondatore e guida, hanno organizzato gli incontri. I dialoghi erano aperti a tutte e tutti: amici, studenti e cittadini del quartiere, di cui Edoardo è abitante onorario.

Edoardo Camurri e Giovanni Caudo con il pubblico di Città letterarie durante il primo appuntamento dedicato a Gadda
Dal primo giorno ho sentito trasformarsi le retoriche stanche e le voci monocorde che echeggiano nelle nostre giornate di ricercatori e docenti. Frequenze diverse, accordi e note improbabili hanno conferito a quei minuti e – di rimando – alle settimane tra un incontro e l’altro, qualcosa che chiamerei senza alcun dubbio: felicità. Ho creduto utile risistemare gli appunti a favore di chi non si è potuto concedere questo lusso di ascoltare i due studiosi avventurarsi in questo terreno di conquista davvero poco esplorato, stranamente. Questo testo funziona quindi da cronaca e da ringraziamento e, non ultimo, da incoraggiamento per Giovanni a proseguire sulla strada della “libreria delle città” (possibilmente anche prima della pensione, dato che nessuno di noi di Labic crede che possa ritirarsi presto dal campo sterminato delle sue avventure lavorative, dentro e fuori dall’Università).

Ma veniamo ai tre incontri!

5 aprile 2023, ore 18.00. Siamo a Testaccio e il pasticciaccio di Gadda ci sta proprio bene. È mercoledì, non giovedì, ma comunque Camurri ci serve “lo gnocco”. Quella cosa appiccicosa che Gadda si trova in bocca quando prova a rimasticare e pronunciare esattamente tutta la totalità del reale per dare ordine alle cose e le persone che popolano Roma. La letteratura, come l’urbanistica, è un modo per mettere a posto il mondo ma Roma si arrende e non riesce a trovare un’unica espressione tra le pagine di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ma invece ha tante espressioni. Volevate trovare una logica al disordine, caro urbanista, caro scrittore? Invece come Gadda non lo troverete mai. Ogni filo si infinitizza, la fatica è inutile, meglio rinunciare a favore di un eccesso di umanità e un eccesso di cose che nella sua ridondanza può generare qualcosa di meglio: potete riscoprire l’anti-eroicità della letteratura e del progetto che dalla sovrabbondanza si fa guidare. Come sottolinea Caudo, nei personaggi di Gadda c’è tutta la romanità, il senso di inadeguatezza e diffidenza dei piccoli funzionari, come pigiati in unico gande “gnocco” appiccicoso nel quale la rassegnazione e l’allegria di Roma si mischiano.

5 aprile 2023, Giovanni Caudo e Edoardo Camurri leggono e commentano Gadda
Mentre ascolto Camurri e Caudo realizzo che negli stessi anni in cui Gadda comincia a scrivere il suo romanzo più noto, Le Corbusier aveva ancora l’ambizione di separare i flussi veicolari, di ordinare, di regimentare. Ciò che sembrava nuovo e futuribile era già vecchio e fallibile. Un invito ad interrogare anche oggi la letteratura, per capire dove stiamo andando ed evitare che sia troppo tardi per recuperare il senso profondo del nostro essere tra i luoghi. Si capisce che sono cose serie ma l’incontro si conclude “a tarallucci e vino” in un bar di Testaccio.

10 maggio 2023, stesso posto e stessa ora (ma un po’ più indietro nel tempo letterario). Il secondo tavolo è per Joyce e ovviamente sul tavolo ci sono delle birre: con questo autore Camurri si sente per molti ovvi motivi in grande forma! Caudo è un po’ confuso dal jetleg di ritorno dagli U.S.A. e presta il suo disagio al gioco delle parti. “Joyce scrive per farci sentire più a nostro agio nell’Universo”, esorta Edoardo, scoraggiando Giovanni che più volte da buon urbanista cerca le ragioni del libro nella relazione di Joyce con la città di Dublino. Joyce resta soltanto pochi anni a Dublino ma scrive sempre sulla sua città, pur vivendo in esilio. Nonostante le resistenze di Caudo,

10 maggio 2023, Edoardo Camurri e Giovanni Caudo discutono su Joyce
fugato ogni dubbio sulla difficoltà di lettura di Joyce, Camurri regala al piccolo pubblico del grande tavolo una lettura politica dell’Ulisse. La rivoluzione viene operata liberando il linguaggio da un ordine oppressivo. Ciò che sembra una trappola è una pozione di libertà. Un giorno, una città, 16 giugno 1904, il giorno in cui Joyce conosce Nora: un romanzo che non è nient’altro che un atto magico di amore contro la guerra, contro il sistema e la normatività. Vita e pensieri reconditi di questo personaggio sono oggetto di un’operazione magica: se Joyce riesce a ricostruire quella giornata allora costruisce una macchina del tempo che riproduce il mondo e, magari, può annientare la guerra mondiale. Il protagonista Bloom viene sorvegliato dall’autore per capire più di ciò che egli stesso conosce di sé. Un manuale magico che ricrea un universo che non si è mai potuto manifestare. Contro la pervasività del male infatti non c’è solo bisogno di un elemento edificante ma un bisogno profondo di far manifestare elementi che l’umanità ha dimenticato. L’approccio sapienziale magico bruniano viene usato da Joyce per costruire un ordine alternativo a quello oppressivo.
Alla fine di questa meravigliosa lezione Camurri ci consola:

Sara Braschi, Sofia Sebastianelli e Martina Pietropaoli del gruppo di ricerca Labic partecipano all’incontro del 10 maggio
tutto questo risulta per molti difficile perché pensiamo la letteratura come soluzioni sintattiche e narrative (“le ruffiane della letteratura” di Carmelo Bene) ma Joyce, come Gadda, abolisce le ruffiane. Attraverso le parole e il linguaggio le rompe e fa emergere la totalità del possibile. Camurri disvela infine alcune interpretazioni dei nomi dell’Ulisse, dissezionati dalla conoscenza, dietro i quali il sonno si apre alla veglia. Bloom fiorisce, di nome e di fatto, facendo collassare il noto in un universo diverso. Fluttua nudo in una vasca da bagno e recupera il suo corpo qualunque: “Questo è il mio corpo”, pronuncia facendo galleggiare nell’acqua la sua intimità come un languido fiore. Un’immagine indimenticabile, che in qualche modo tornerà alla mente a noi architetti tra un disegno esecutivo e l’altro di qualche impianto o nel momento in cui ci interroghiamo su quale possa essere il luogo più importante e denso della città.

31 maggio 2023. Il filo di Camurri è sempre più chiaro: se Gadda è un ingegnere della realtà e cerca il racconto della totalità ma fallisce usando il linguaggio come mappa, Joyce libera la totalità e prende la mappa del linguaggio, la squaderna. E allora Celati? Con Celati gli architetti si sentono a proprio agio e nel pubblico ci sono alcuni ammiratori, tra i quali Piero Meogrossi.

Giovanni Caudo e il pubblico dell’ultimo incontro di Città letterarie dedicato a Celati
Molti sono curiosi anche perché proprio in questi giorni l’alluvione ha colpito l’Emilia Romagna conferendo a Verso la foce un posto nell’attualità. Nonostante, per tale motivo, gli sia stato clamorosamente impedito di cambiare lettura all’ultimo momento, Edoardo ormai è a suo agio e beve la birra prima, quindi è in ritardo.
Quando entriamo in aula Giovanni sta proiettando Strada provinciale delle anime (1991, 58’, documentario di e con Gianni Celati e Luigi Ghirri).

31 maggio 2023, Edoardo Camurri e Giovanni Caudo durante l’ultimo incontro di Città letterarie
La musica di un madrigale e le voci degli abitanti della piana del Po echeggiano attorno al tavolo. Un sottofondo di parole e una colonna sonora ben scelta che sono solo un’illusione di contrappunto. In Verso la foce, chiarisce subito Camurri, l’autore rinuncia all’integrità del reale, come Buster Keaton (nella lettura di Carmelo Bene) scivola sul sapone senza mai trovare un equilibrio. Non c’è nessun intento appropriativo. Come il Po – terra che non si può fissare, come ci ha ricordato la pioggia in questi giorni drammatici della primavera 2023 – anche la memoria si fa e si disfa affidandosi allo sguardo situato tra i luoghi. Questo continuo disfacimento di acqua nella terra e terra nell’acqua genera un paesaggio che tutto sommato non offre “ruffianamente” nessun motivo di stupore. Caudo sottolinea: se non c’è nulla bisogna stare più attenti.

31 maggio 2023, in Aula Pirani Città letterarie si conclude con un dialogo su Celati, sullo sfondo il documentario Strada provinciale delle anime
Liberare lo sguardo tra i fenomeni, in questo continuo fluire tra dentro e fuori. La visione del luogo in sé non ha molto a che vedere con l’esattezza della descrizione di quel preciso frammento di pianeta ma è “Come un pensare, immaginare come è fatto il mondo” (Camurri cita Celati).
Tutti noi cerchiamo di venire a capo del mondo ma se rinunciamo ad ogni “presa” sulla realtà forse proprio lì può accedere qualcosa: qualche epifania perché il mondo possa manifestare se stesso tra il macrocosmo dei luoghi terrestri e il microcosmo delle nostre anime desideranti. “Sbrogliare la grande matassa del mondo” non è possibile. Da questo saggio di fiducia nella letteratura si impara che a cercare ordine si da solo disordine inutile. Questa predisposizione a “scivolare sul sapone” è una conclusione importante che insieme agli altri appunti scaturiti da questi dialoghi sono note da tenere presenti per chi come noi si preoccupa di un mondo da sbrogliare. È sempre una buona idea perdere gli ormeggi, ben ancorati ad un progetto di affezione verso i luoghi e l’umanità che ancora in quei luoghi specchia i principi di un’anima brillante da cui togliere la polvere.

Balsamo per i ricercatori stanchi, ossessionati dalla trasparenza argomentativa del testo, questo esperimento invita inoltre a riflettere su quel che si dice e sulla qualità delle narrazioni: non intesa come stile ma intesa come risonanza delle parole in un universo linguistico realmente contemporaneo e ispirante per una progettualità collettiva.
Ad essere rigorosi, si potrebbero avanzare tre questioni emerse in questi seminari da cui gli studi urbani potrebbero trarre carburante:

  • l’attuale svolta relazionale e fenomenologica della disciplina urbanistica
  • l’interpretazione dell’“innovazione” come un rallentare, un perdersi
  • una diffidenza verso quelle retoriche, quelle “ruffiane della letteratura” (citazione di Carmelo Bene più volte rimembrata da Camurri) ma anche dell’architettura che allontanano dai nodi dell’attualità invece che cogliere il punto.

A me durante questi incontri è sembrato di aver restituito vitalità ad un mondo affaticato, di intravedere una liberazione politica ed esistenziale profonda, dove lo scardinamento delle strutture logiche rende l’oscurità luminosa: sembra tanto eppure è facile e a volte basta concedersi, parallelamente ai saggi, qualche storia di finzione.

Per concludere, torniamo al desiderio di Giovanni: aprire una libreria dedicata alle città. Non dimentichiamo d’ora in poi di mettere in comune le nostre librerie di casa e soprattutto – tassello irrinunciabile per il progetto di Caudo – dialogare in mezzo, con, sopra e attraverso ai libri. Senza dialogo la libreria non c’è. Ciò che ci spetta è raccontare e nominare insieme persone, cose e luoghi, nonostante il disordine del mondo. Recuperare barlumi di ironia, rompere ed aprire spiragli di luce e fughe da questa minaccia della fine. Le biblioteche dell’Università sono piene di testimonianze di tentativi e dell’illusione di “farcela”, come ricercatori e docenti. Ma in una libreria dedicata alla città non si può che sprofondare nell’infinità delle nostre ambizioni che sono tutt’altro che pacificate ma piene di contraddizioni e fallimenti che conducono tuttavia verso pensieri più interessanti e felici, profumati di schiuma di sapone.

Blog
rome urbanization

Articoli correlati

Autunno a Corviale: la prova…
Diritto alla terra, due storie.
Diritto alla terra, due storie.
Autunno a Corviale: la prova della rigenerazione urbana sulla pelle del “Serpentone”
Laboratorio ABItare la Città contemporanea info@labic.it Roma
website by 23maps